La direzione giusta [Speciale]

Ormai è un dato concreto e di dominio pubblico: il mercato generato dal settore videoludico occupa all’interno del settore dell’entertainment mondiale la fetta più cospicua, ovvero il 57% del fatturato totale.
In America e nella stragrande maggioranza degli stati europei come Inghilterra, Francia, Germania, le case produttrici vengono finanziate direttamente dalle casse dello Stato. Ogni anno vengono stanziati dei fondi per la ricerca e lo sviluppo di questo settore così da generare sempre più guadagni, ma anche da concedere posti di lavoro, sfruttare questo enorme giro d’affari e, perché no, come conseguenza diretta, portare la cultura del videogioco a livelli almeno accettabili, ammorbidendo il tessuto sociale grazie a spot, campagne di sensibilizzazione ed educazione.
In Italia?
Anche nel nostro Paese ultimamente stanno nascendo varie associazioni e attuate campagne per la promozione dell’Opera Multimediale Interattiva. Per la prima volta è nato il Gruppo di Filiera dei Produttori Italiani di Videogiochi di Assoknowledge, Confindustria servizi Operativi e Tecnologici. In questo ambito è stato redatto anche il primo “Rapporto dell’industria Italiana dei videogiochi 2009 “ dal quale emerge un settore con un fatturato annuo pari a 1 miliardo di euro! Un dato indicativo è che a fronte di un risultato così rilevante, si evince che il fatturato che proviene dal mercato nostrano è invece solamente pari al 3% del totale ovvero soltanto 30 miseri milioni di euro.
Un vero problema!
Fortunatamente si sta muovendo qualcosa per cercare di chiudere il gap con i Paesi esteri e gli altri settori. Anche il ministro della Gioventù Giorgia Meloni è intervenuto su questo argomento, così come altri politici, promettendo di trovare una soluzione pur ricorrendo alle solite frasi già sentite milioni di volte (“ormai il videogioco non è più per ragazzini”). Belle parole, non stiamo dicendo che l’interessamento da parte delle istituzioni non ci faccia piacere, ma è da qui che nasce il vero e proprio problema, la svolta che bisogna accettare per far sì che il tutto abbia uno slancio effettivo. Forse è una cosa un po’ difficile da capire per chi non è nato e cresciuto a pane e videogiochi. I videogiocatori vogliono prodotti divertenti ma purtroppo ogni intervista che capiti sotto ai nostri occhi ci ripresenta sempre i soliti buoni proponimenti, spesso irrealizzati o irrealizzabili: “cercheremo di far sviluppare videogiochi educativi” oppure “anche i videogiochi possono raccontare ai ragazzi la storia del nostro Paese” “il medium videoludico può insegnare a…” e così via.
Questo è il vero problema. Forse accettare di erogare fondi per prodotti indirizzati al puro divertimento oppure non credere che un medium nei cui confronti fino a pochissimo tempo fa si perpetrava una vera e propria “caccia alle streghe” ora è diventato così importante. Sarà colpa della crisi finanziaria? Non credo, in tutto il mondo è presente e non ostacola fino a questo punto il settore. Allora sarà qualcosa di più profondo, radicato nella stessa società. Dobbiamo capire che alla pari di un film anche il videogioco se è divertente non è allo stesso modo diseducativo o una perdita di tempo. Come ascoltare un album musicale per passatempo, così posso girovagare per il mio mondo virtuale preferito vivendo storie appassionanti ed emozionanti.
Non devo, per forza, “imparare” qualcosa da un videogioco, non devo, necessariamente, giustificare l’acquisto di un titolo per console, PC o Mac, decantandone le lodi per quanto esso possa insegnarmi a vivere o per come esso possa farmi apprendere le buone maniere. Un videogioco è divertente come può esserlo un film horror splatter, per dire, divertente e spesso fine a se stesso. Che poi diversi videogiochi, specie ultimamente, siano portatori di messaggi importanti, come l’indottrinamento da parte della società americana nel dopoguerra (BioShock e Fallout 3 sono pregni di messaggi di questo tipo), come la lotta per un bene comune (Dragon Age: Origins e Mass Effect) con un occhio al rispetto per le altre razze e, in generale, per l’ambiente e per tutto ciò che ci circonda, potrebbe essere considerato quasi una naturale conseguenza dell’importanza conferita a questo nuovo medium, carico sempre più di messaggi importanti, ma capace anche solo semplicemente di divertire per il solo gusto di farlo. D’altronde i maggiori introiti non derivano sicuramente dallo sviluppo di titoli cosiddetti “educational” (questo settore, peraltro, è ormai abusato soprattutto per quanto riguarda il parco titoli delle console Nintendo). Il videogioco deve essere inteso anzitutto come intrattenimento, poi come mezzo educativo, ma noi videogiocatori non vogliamo sentirci dire frasi del tipo “i videogiochi sono belli ma è meglio che essi siano anche educativi perché quelli di adesso sono troppo violenti” o cose del genere.
Tutto quello che desideriamo è assistere alla nascita, anche qui in Italia, di case di sviluppo famose come Ubisoft in Francia o Lionhead Studios in Inghilterra, capaci di produrre blockbuster a livello mondiale. D’altro canto, stando sempre a questi studi “illustri” quelli che sanno programmare, quelli bravi, da noi ci sono (almeno così si dice), le risorse per nuovi investimenti non dovrebbero mancare, specie in questi tempi di crisi in cui forse qualcosa di nuovo permetterebbe una ripresa economica, dunque cosa aspettiamo?
Rimarcando che in primis ci troviamo ad affrontare il settore dell’intrattenimento, il videogioco, anche se non a scopi precisamente educativi, avrebbe davvero molto da offrire, milioni di italiani vogliono accendere le loro console spesso anche solo per rilassarsi e divertirsi. Magari leggendo il nome di un publisher nostrano questa attività risulterebbe ancora più soddisfacente e appagante. L’importante è portare avanti questa nostra cultura e questa nostra piccola rivoluzione. Iniziamo a farlo giocando.













errata corrige : l’articolo è stato scritto da
Andrea “Andrearockon”Onofri .
Corretto!
Perdonaci, ma avendo effettuato il restyling del sito qualcosa è ancora da correggere