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Troppo facile!
Ultimamente sembra essere diventato quasi un trend del mercato videoludico quello di proporre al pubblico giochi facili. E per facili non si intende la grossa serie di casual games che ormai riempiono inquinando, quasi, i negozi di tutto il mondo, anche e soprattutto in Italia. Mi riferisco proprio ai giochi cosiddetti hardcore che, per quanto belli e validi, alcuni anzi davvero notevoli, fanno pensare che recentemente sia venuto meno l’aspetto meramente ludico del videogioco in quanto tale. E così si assiste alle morti apparenti del nostro eroe in Fable II, ai salvataggi in extremis di Erika in Prince of Persia, passando ad un livello di sfida ormai sempre più in calo per quanto concerne GDR e sparatutto. Va bene che il progresso ha permesso finora di assistere a migliorie nel gameplay tali da rendere più facile l’intuitività di controlli e sistema di gioco in generale, ma arrivare a “non morire mai” o a sembrare quasi dei superuomini fichtiani in titoli che sembrano più che altro qualcosa di propedeutico al videogioco vero e proprio, allora si capisce questo tipo di discorso. Che non è pessimistico, per carità. I giochi adesso sono sicuramente migliori, più evoluti, robusti e validi di cinque, dieci o vent’anni fa, ma sempre più spesso si sta tendendo ad appiattirli, a renderli fin troppo palesemente cinema o arte interattiva. Non è che un videogioco, per essere considerato arte, non possa anche essere un tantinello difficile. Dove per difficile non si intende ostico o impossibile. Insomma, sotto con i polpastrelli infiammati e le bestemmie dopo ogni sconfitta: questo è videogioco. Ed arte. Allo stesso tempo.













