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Piattaforma: Versione Analizzata: Genere: Sviluppatore: Produttore: Distributore: Lingua: Giocatori: Data d’uscita in Italia: Sito Ufficiale |
PS3, Xbox 360 Playstation 3 Azione Grasshopper Manufacture Warner Bros. Cidiverte Italiano (solo sottotitoli) 1 15 Giugno 2012 |
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Suda 51 ce ne ha fatte vedere di cotte e di crude. Dal wrestler fisicamente poco dotato Travis Touchdown di No More Heroes all’horror – kitch di Shadow of the Damned, dal parzialmente ininterpretabile Killer 7, passando per il non facile Flower, Sun and Rain.
“Non facile” è forse l’espressione che più si addice allo stesso Suda, il quale ha fatto della cultura pop frammista ad una sorta di espressionismo post-moderno il suo principale vessillo nel concepire il videogioco. Un modo, il suo, che purtroppo continua a non creare moltissimi proseliti nella categoria dei videogiocatori generici, ma che riesce a infoltire un’elitaria cerchia di affamati ricercatori di cult-games.
L’ultima sua perla, in tal senso, si chiama Lollipop Chainsaw. È facile etichettare il gioco di Suda 51 come un manifesto platealmente kitch di tutto quanto sia la cultura pop, fatta di facili costumi, superficialità, misoginia e parodie viventi.
Ma andiamo per gradi. Juliet Starling, una cheerleader cacciatrice di zombie, come da tradizione della sua famiglia è la protagonista del gioco. Proprio così, una cheerleader che oltre a pensare ai suoi attributi fisici, peraltro molto ben curati, si diletta nello sterminare zombie con una naturalezza e facilità così disarmanti che a confronto una ammazza vampiri come Buffy non stupisce neanche più.
Il fan service è assicurato da una serie di movenze e di inquadrature che fanno sembrare persino una spudorata come Bayonetta una sorta di suora. Sì perché quando i giapponesi fanno un gioco, pensano sempre bene di metterci il sesso di mezzo, o perlomeno qualcosa che lo ricordi da vicino. E anche i media a noi cari sono spesso citati nel corso della devastazione di zombie, come per esempio durante una lotta per proteggere degli studenti, i quali anziché preoccuparsi di mettersi al riparo, preferiscono filmare il tutto per poi caricare il video su YouTube. Tutto questo ovviamente smorza l’estrema violenza che pervade l’intera opera. Una violenza splatter che – sia anche per l’utilizzo del cel-shading – è resa quasi in maniera comica. E il combattimento in sé è piuttosto divertente, con combo inizialmente abbastanza facili da mettere a segno, per poi apprendere nuove mosse da realizzare in maniera via via più elaborata.
Combattere è piuttosto assuefacente, poiché la quantità di sangue è impressionante e soprattutto le armi a disposizione, una motosega e dei pon-pon, rendono il tutto decisamente alternativo. Mentre la sega serve a devastare efficacemente i nemici, i pon-pon fungono piuttosto da mezzo per contrastarli provvisoriamente, per stordirli o tutt’al più per esibirsi in attacchi alternativi che non siano sempre quelli con l’arma meccanica.
Quest’ultima può essere potenziata anche se non manca un piccolo difetto, relativo all’auto-locking dei nemici, che è meglio disattivare se non si vuole mirare a zombie che invece non si desiderava far fuori.
Il livello della comicità, dal gusto nippo-americano, è mantenuto alto da un espediente che Suda 51 ha utilizzato anche in Shadow of the Damned, ovvero una spalla per il protagonista. Nel gioco appena citato, il personaggio principale conversava, in dialoghi zeppi di ironia e sarcasmo, con un teschio parlante. In maniera del tutto analoga, Juliet intraprende delle conversazioni di livello infimo e spiritosissimo con il suo fidanzato, che però è presente solo sotto forma di testa, poiché il resto del corpo è stato tramutato in zombie.
Divertente sì, ma la vis comica si fa veramente potente quando si assiste ai dialoghi, paradossali e singolari, tra la povera testa e il padre della ragazza, che proprio non sopporta il suo fidanzato, neanche decapitato.
Ma la decapitazione del povero Nick (il nome del ragazzo di Juliet) non è vana. La sua robusta testa, infatti, serve anche da arma e potrà essere lanciata o agganciata al corpo dei nemici per dar vita a QTE tanto divertenti quanto devastanti.
Sono presenti, nel corso di tutto il gioco, diverse medaglie, guadagnabili uccidendo zombie. Queste permettono a Juliet di upgradare non solo il suo pur esiguo armamentario (soprattutto la sopraccitata motosega) ma anche la testa di Nick. Le medaglie possono poi essere spese per nuovi costumi, lecca-lecca che fanno recuperare energia, art work e tracce audio.
È ovvio che tecnicamente, Lollipo Chainsaw deve essere considerato per ciò che vuole essere. Una sorta di comic book animato con scene inverosimili, volute esagerazioni, sarcasmo come se piovesse, litri di sangue per nulla impressionante (almeno se avete più di diciotto anni), chiari e spesso forzati (ma volutamente) riferimenti alla cultura pop globale (né troppo nipponica, né troppo american style). Ciò premesso, non aspettatevi una grafica spacca mascella o una colonna sonora impetuosa e incalzante. Ascolterete spesso lo stesso motivetto – gradevole invero – reiterato più e più volte durante il corso delle battaglie contro gli stessi zombie. Anche questi ultimi sono molto ma molto stereotipati, ma anche in questo caso mi sento di dire volutamente.
Il già citato cel-shading completa l’opera mascherando, da un lato, l’incompetenza tecnica del team di Suda 51, ormai nota ai più attenti, e fornendo terreno fertile, dall’altro lato, al carattere “fumettoso” che lo sviluppatore ha voluto garantire al gioco.
Come ciliegina sulla torta, l’immancabile retro-style che pervade un po’ tutti i lavori di Suda, aspetto, questo, molto apprezzato da critica e da quell’esigente elite di pubblico che continua a seguire il maestro giapponese.
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COMMENTO
Lollipop Chainsaw riprende i temi tanto cari a Suda 51, come la cultura pop, l’aspetto kitch, gli elementi tipici da B-movie a carattere fortemente parodico e sarcastico. Il tutto condito da un gameplay soddisfacente e assuefacente, da uno humour calzante e da un fan service a sfondo erotico softcore che non dispiace. Una piccola ventata di aria fresca ogni tanto, in mezzo ai vari blockbuster sempre più troppo simili tra loro.
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