Call of Juarez: Bound in Blood – Recensione

  • Piattaforma: PC,PS3,X360
  • Genere: FPS
  • Giocatori: 1+
  • Versione Analizzata: PS3
  • Supporto: Blu-Ray/DVD
  • Distributore: Leader
  • Sviluppatore: Techland
  • Produttore: Ubisoft

Call of Juarez, sin dalla sua prima iterazione, è riuscito a farsi apprezzare, potendo contare su un motore grafico all’altezza delle macchine di nuova generazione, ancora agli esordi (era il 2006) e su una struttura di gioco FPS che lasciava qualche libertà, a mò di piccolo assaggio di free roaming al giocatore che amasse uscire dagli schemi degli sparatutto eccessivamente scriptati. Call of Juarez fu un prodotto senza dubbio sottovalutato, perché è da riconoscere che esso offrì agli appassionati del genere western un’opera di pregevole fattura, pur palesando qualche mancanza nel gameplay e mostrando un ampio margine di miglioramento anche in riferimento alla trama.

Se nel corso del primo episodio dovevamo impersonare il reverendo Ray e il giovane Billy, due protagonisti con una storia parallela ma distinta, essendo un vero e proprio prequel, Bound in Blood appare fin da subito dotato di una trama meglio elaborata, più studiata e particolarmente congeniale al tipo di gioco in esame. Ray e suo fratello Thomas sono impegnati come soldati semplici nella Guerra Civile americana del 1864, ad Atlanta, e la storia è antecedente alla decisione di Ray di diventare un uomo di fede. Dopo aver disertato il proprio reggimento, Ray e Thomas decidono di dirigersi verso il Messico, inimicandosi in tal modo il loro ex comandante sudista Barnsby. Basteranno la morte della madre e una serie di avvenimenti contrari per mettere i due sulle tracce dell’antico tesoro azteco di Juarez.

Bound in Blood si basa sul dualismo tra i due protagonisti controllabili nel corso del gioco, permettendo all’utente di vestire i panni dello spietato e brutale Ray e del più riflessivo Thomas, per quanto entrambi siano caratterizzati allo stesso modo da una dose di insana violenza. La differenza tra i caratteri dei sopraccitati personaggi è ovviamente anche strumento efficace per un gameplay più vario e sorprendente di quanto ci si potrebbe aspettare: Ray potrà scalare punti impervi mediante il suo lazo, contare su una potenza di fuoco maggiore del fratello e dar vita ad un ritmo più serrato e frenetico. Thomas, dal canto suo, sarà utile per eliminare i nemici a distanza mediante il fucile da cecchino, impostando l’intero gioco su una maggiore circospezione.

Le caratteristiche forse migliorabili, quali la scarsa longevità (abbiamo impiegato circa sei ore e trenta per completare la campagna in single player la prima volta) e la non proprio straordinaria quantità di armi a disposizione, vengono entrambe giustificate da una scelta stilistica appagante e da un gameplay sempre vario e intriso di emozioni, con uno sfondo western davvero senza rivali, nel’attesa del primo vero concorrente, Red Dead Redemption di Rockstar, previsto però non prima del 2010. Importante, la critica alla longevità si riferisce alla sola missione principale, ma nel prosieguo del gioco non mancheranno interessanti missioni secondarie e l’opportunità di percorrere in lungo e in largo la mappa in più punti, a cavallo o a piedi, lascerà il giocatore il tempo di dedicarsi a qualcos’altro prima di ritornare sulla campagna principale.

Il gameplay è stato perfezionato in maniera da offrire al giocatore un prodotto più competitivo del primo tentativo, con le coperture adesso più importanti per sfuggire alla morte per mano dei nemici e con lo slow motion ulteriormente ritoccato in modo da offrire all’utente la possibilità di rallentare il tempo ed abbattere gli avversari uno dopo l’altro entro un determinato limite di tempo, per poi ritornare alla frenesia dell’azione a velocità normale.

Il team di sviluppo di Bound in Blood, i polacchi di Techland, ai quali già erano stati riconosciuti diversi meriti in occasione della prima iterazione, hanno esaltato, con questo secondo episodio, tutta la loro perizia tecnica e il talento per la costruzione di un mondo aperto che, per quanto forse non interamente visitabile, rende comunque bene l’idea di una mappa vasta, percorribile e che possa distogliere in maniera opportuna l’attenzione dalla missione principale anche se solo provvisoriamente.

Gli ambienti di gioco rendono giustizia all’universo western e tutto, dalle zone brade e incolte alle città fantasma e ai piccoli borghi in cui è presente solo in minima percentuale la mano dell’uomo, è reso alla perfezione onorando i tipici scenari del mondo dei cowboy. Anche la varietà delle ambientazioni lascia spazio a più di un complimento nei riguardi degli sviluppatori, poiché il Chrome Engine 4, motore grafico proprietario, riesce ad accostare lande desolate e prati verdi e rigogliosi, folti boschi con predominanza di verde intenso a desertiche e disastrate città fantasma con quella gradualità che è necessaria affinché il tutto risulti verosimile.

Quasi a voler mettere la ciliegina sulla torta, gli sviluppatori di Techland hanno dotato Bound in Blood di una modalità multiplayer con cinque differenti tipologie di gioco, tra cui l’immancabile Deathmatch e una sorta di guardie contro ladri con sceriffi da una parte e malviventi dall’altra a sfidarsi a colpi di rivoltella.

8/10