Per una grossa fetta di giocatori, Cave Story è soltanto un buon gioco. Lo stile retrò, l’ottima giocabilità, i bivi nella trama e la discreta longevità magari non bastano a farne un’esperienza indimenticabile. Ma per pochi altri, invece, Cave Story è senza alcun dubbio l’araldo di una nuova sottocultura, rappresentata da giovani smanettoni del computer e sviluppatori in erba. Nuova, ma neanche troppo, in realtà. La crescita dell’industria, la nascita dei publisher e la realizzazione di prodotti sempre più costosi segnò la scomparsa dello sviluppo da garage. Quello dei nerd e degli hacker. Quello per cui si creavano giochi per il solo gusto di farlo. Non è un caso, quindi, che un gioco realizzato da una sola persona in cinque anni sia diventato uno dei simboli più rappresentativi della rinascita di questo movimento underground e, in vista dell’ormai imminente rilancio su WiiWare, forse è il caso di fare un breve riepilogo.
Cave Story sbuca dal nulla: nessun trailer, niente hype, né alcun passaparola. Nell’arco di cinque anni, Daisuke Amaya, un ignoto programmatore noto su internet con lo pseudonimo di Pixel, creò da zero un fantastico metroidvania (per molti uno dei migliori di sempre), dopo aver pubblicato solo alcuni esperimenti e giochi incompleti. Ogni aspetto, dal sonoro alla grafica, passando per la trama, gli artwork e i dialoghi, sono stati concepiti e plasmati da quest’unico programmatore dagli occhi a mandorla.
Doukutsu Monogatari era il titolo originale ma, a seguito dell’ottima traduzione in inglese da parte del gruppo Aeon Genesis Translations, il resto del mondo l’ha conosciuto semplicemente come Cave Story. In questo action-shooter che tanto ricorda le meccaniche di Metroid, il giocatore veste i panni di Quote, un paffuto androide da combattimento risvegliatosi privo di memoria su un’isola volante abitata da esseri chiamati ‘Mimiga’. Uno degli aspetti più riusciti del gioco era il fatto che, nonostante la grafica volutamente retrò, in cui i pixel di ogni sprite si contavano sulle dita di una mano monca, la narrazione riusciva ugualmente a stregare il giocatore e ad accompagnarlo passo passo nei coloratissimi scenari.
Una cura incredibile è stata riposta nell’equipaggiamento e nelle armi da fuoco di Quote, sia per quantità che per varietà. Ogni arma vanta tre livelli di potenziamento che, oltre a incrementarne l’efficacia, ne modificano l’effetto in maniera più o meno evidente. Sebbene per la maggior parte delle armi valga la regola ‘più potente è meglio’, capitava piuttosto spesso di limitarsi a un determinato livello intermedio per sfruttare un dato effetto. Ogni piccolo particolare era curato nei minimi dettagli e si finiva per smarrirsi volentieri nei dungeon alla ricerca dei segreti sparsi qua e là. Ovunque, aleggiava il sentore di un mondo vivo e ricco di carattere. Non un’artificiosa scenografia costruita per il diletto del giocatore. Ogni aspetto, dal più intricato risvolto narrativo al più banale dei nemici, riusciva a comunicare un senso di sorpresa e familiarità che raramente si era visto (e si vede tutt’ora) in altri giochi.
Oggi, Cave Story è forse il gioco più amato dalla community di sviluppatori indipendenti. Non tanto per le sue innumerevoli qualità, lo stile e la raffinatezza del gameplay, quanto per l’aver dimostrato come un gioco realizzato da una sola persona e senza alcun finanziamento esterno possa mettere in ombra blockbuster su cui sono stati spesi interi capitali. E, nonostante il gioco abbia avuto un successo stratosferico nel sottobosco videoludico, Daisuke Amaya non ha mai guadagnato nulla (il gioco è sempre stato freeware) né si è mai mostrato in pubblico. Se il suo genio non si fosse limitato a un unico, piccolo capolavoro, molte più persone avrebbero ora la faccia tosta di definirlo il Miyamoto dei giochi indipendenti. Ma la verità è che lui, sconosciuto ai più, è solo un luminoso pixel lampeggiante sui nostri monitor. Pixel.
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IndieVault.it è un progetto di Vincenzo Lettera, editor di GamePro e Responsabile Area Centro Italia di AIOMI, Associazione Opere Multimediali Interattive.
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Commenti
Un platform vecchio stile, con elementi di avventura ben calibrati, impegnativo, alto livello di rigiocabilità, appassionante come pochi. Grazie per questa perla, Pixel.
E complimenti per lo speciale, Lorenzo