I videogiochi aiutano i giocatori, come?

Un’interessante video di Mark Brown, della serie Game Maker’s Toolkit spiega come gli sviluppatori permettono al gioco di salvaguardare lo stesso giocatore.

Il video, che potete trovare qui sotto, analizza il design di gioco e il modus operandi del giocatore: spesso i giocatori cercano il modo più semplice, più efficace e addirittura più sicuro per giocare ad un videogame, assicurandosi di essere del “livello giusto” per poter affrontare una certa area di gioco o quest, in modo da non imbattersi in situazioni troppo complicate o di giungere al “game over”. Per molti giocatori questa tecnica di avanzamento progressivo funziona, ma per altri risulta poco divertente.

Qui sorge il problema per i programmatori: come impedire ai giocatori di non lanciarsi in missioni “suicide”?

I designer di videogiochi cercano di “salvare” il videogiocatore dai propri impulsi. Gli sviluppatori potrebbero aver progettato il gameplay in modo che l’utente giochi in un certo modo, ma non possono di certo costringerli. Ecco che entrano in campo dei “metodi” che possono spingere il videogiocatore ad imboccare la giusta direzione: in alcuni casi questi metodi possono risultare efficaci, in altri frustranti e fallimentari.

Per questo motivo i videogiochi sono stati pensati per ricompensare i giocatori che perseguono gli obbiettivi nel “modo corretto”: questa tecnica della ricompensa risulta molto efficace per comunicare il “modo giusto” di giocare rispetto ai videogiochi che puniscono se si intraprende un’azione sbagliata. Questo meccanismo di rafforzamento per premi o per punizioni è conosciuto ed utilizzato nella psicologia educativa moderna, ed è servito anche nella creazione del videogioco.

Infatti si può pensare che il fallimento possa provocare nel giocatore una sensazione di sconfitta e delusione, che lo porti ad intraprendere un’altra strada o scoraggiandolo a ripetere la stessa azione; il rischio di tale tecnica è la “scalata simmetrica”, cioè una specie di lotta tra il giocatore e il gioco stesso: “tu hai battuto me, ora vedi come io batto te!”, meccanismo che porta solamente alla frustrazione senza alcun buon esito finale.

Perciò si tende ad usare la tecnica “premio” nei videogiochi: il giocatore, vedendosi lodato, continuerà a perseguire la strada pensata dagli sviluppatori, senza rendersi conto che, in realtà, è ciò che loro vogliono da lui.

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Nata a Torino nel 1994, si appassiona sin da bambina ai videogiochi. Non possedendo nessuna console, la Sofia di cinque anni si destreggiava tra i cabinati in sale giochi nel suo paese e il computer della sua vicina di casa e eterna amica, con cui ha condiviso tutti i titoli più memorabili della sua infanzia. I videogiochi rimangono la sua passione e spera che, un giorno, possano essere anche il suo lavoro.

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