Metagaming: cosa succede quando meta-giochiamo

Tutti i giocatori sono in grado di capire quando sono coinvolti nell’attività del gioco…talvolta non stiamo solo giocando, ma anche metagiocando.

Mετά è la preposizione greca che, a seconda dei casi (genitivo, accusativo…) che la seguono, può significare “attraverso”, “dopo”, “tra”, “oltre”. Oggi la troviamo in forma di desinenza davanti a molte delle nostre parole: metamorfosi, metafisica (che oggi ha assunto il significato di “oltre la natura”), metafora – tutti concetti che hanno a che fare con il cambiamento, la trasformazione e l’andare oltre qualcosa (oggi si parlerebbe di “oltrepassare la quarta parete”). Un altro dei termini che si avvale dell’antica preposizione greca che indica un “passaggio” è metagioco: metagaming.

Così come la metalinguistica è l’uso della lingua per parlare delle lingua stessa, così come il metateatro è un tipo di rappresentazione che ha come oggetto il teatro stesso (Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello), anche il metagioco è legato all’autoreferenzialità.

Avete mai ricominciato un livello usando le conoscenze acquisite la prima volta che lo avete giocato, con la precisa intenzione di apportare cambiamenti sostanziali? Avete mai agito in base alle intenzioni di un avversario che conoscevate bene (un parente, un vostro amico)? Tutte le volte che usate conoscenze esterne al mondo di gioco (avete sì ricominciato un livello, ma solo grazie alla consapevolezza che il videogioco vi consente di rivivere ogni esperienza) state metagiocando. Una delle definizioni più popolari di metagaming su Urban Dictionary è infatti: “quando la conoscenza di informazioni che un gioco non rende disponibili è usata dal giocatore a suo vantaggio.”

In “Jumanji” (1995) tutte le estreme conseguenze generate dal lancio dei dadi fanno parte del gioco, ma in alcune scene (SPOILER!) si possono cogliere delle mosse da “metagamer”: il tentativo di barare, i dadi lanciati involontariamente sotto inganno di un altro giocatore, così come le strategie adottate dai quattro giocatori per liberarsi degli scomodi ostacoli di Jumanji (che non fornisce alcuna informazioni su come sopravvivere).

Il termine è usato in particolare in relazione ai giochi di ruolo. In un classico board game come Dungeons and Dragons, ogni volta che, per esempio, un giocatore cerca di indovinare le intenzioni di un Dungeon Master che nella vita reale conosce molto bene (ma che nel mondo di gioco dovrebbe essere una figura neutra, slegata da ogni legame con i giocatori, e le cui decisioni non dovrebbero essere indagate), sta temporaneamente uscendo dall’universo narrativo in cui si trova per ricorrere a conoscenze del mondo reale, da sfruttare poi una volta tornato nel mondo di gioco.

Per questo motivo, il metagaming è spesso visto come una sorta di tecnica per barare e rendere ingiustamente sbilanciata una sessione di gioco. C’è chi, addirittura, non considera neanche il metagaming come parte del gioco. In effetti, la pura attività di gioco si svolge soltanto quando ogni mossa e ogni decisione è basata solo ed esclusivamente sulle conoscenze che lo stesso gioco mette a disposizione del giocatore…

La sottoscritta è stata per molti anni una ragazzina costantemente scelta per ultima durante la formazione di squadre sportive: anche in questo caso, evitare di scegliere l’elemento più debole è una forma di umiliante metagaming. I giocatori incaricati di formare un team stanno usando le loro conoscenze esterne alle regole del gioco, e sanno che l’incapacità di quella ragazzina comprometterà le possibilità di vincita.

Cosa pensate del metagaming? È da considerare una sorta di scusante per chi ha intenzione di barare, o può essere accettato in (almeno alcune) meccaniche di gioco?

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Fiorentina datata 1993, mi piacciono le correnti artistiche del Surrealismo e del Romanticismo, i romanzi gotici del diciannovesimo secolo, i film horror e i classici in bianco e nero, i viaggi nel Nord Europa e i videogiochi – Warning: nessuna di queste passioni prevale sulle altre.

2 Comments
  1. Reply Daniele Venafro 7 ottobre 2017 at 18:22

    Da giocatore di D&D, pathfinder, DW, AW e simili penso che non bisogni farsi troppi problemi a riguardo. Ad esempio nei giochi come quelli che ho citato sopra è compito del master evitare di essere prevedibile, senza contare che se si è troppo sospetti si rischia di vedere trappole e tranelli dove non ci sono, andando a danneggiare il giocatore stesso. Il problema si presenta di più quando ad esempio un giocatore fa qualcosa che in game dovrebbe sapere solo lui, ma nella realtà tutti i giocatori l’hanno visto. Ma anche in queste situazione è compito del master impedire azioni fin troppo “ingiustificabili” in game. Nei videogiochi invece è una cosa quasi voluta, soprattutto in quei titoli con finali alternativi come può essere un mass effect dove è il gioco stesso a spingerti a rigiocarlo facendo scelte che magari non avresti fatto nella prima solo per vedere cosa sarebbe potuto accadere. Per non parlare di giochi come dark souls dove morire e riprovare agendo di conseguenza è praticamente obbligatorio. In definitiva io penso che ognuno può giocare come più gli piace, senza che però questo mini il divertimento degli altri giocatori o comunque la linearità della storia in game.

    • Reply Sarah Grossi 7 ottobre 2017 at 18:27

      Anche io non vedo chissà quale gravità nel metagaming…la maggior parte delle volte neanche ce ne accorgiamo! A patto che non diventi un fattore di eccessivo vantaggio per un giocatore e, come dici tu, non rovini il divertimento degli altri partecipanti, io sono per il metagioco 😉

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