Fotografia e videogiochi – l’arte che unisce

Siamo nel 2017 e possiamo sicuramente affermare che il comparto grafico dei videogiochi negli anni ha fatto mostruosi passi avanti, avvicinandosi sempre di più alla realtà del mondo che ci circonda.

Meravigliosi scorci, palette di colori vivi e fotorealismo nei volti aiutano a farci immergere sempre di più nei mondi che ammiriamo su schermo.

Nel 1839 nasce ufficialmente la fotografia, mezzo dal forte impatto innovativo per l’epoca, che permetteva di riprodurre fedelmente il mondo che ci circonda. Realismo inseguito ed agognato da tutti gli artisti del tempo, che cercavano con le loro opere e quadri di avvicinarsi il più possibile al reale, ma senza mai riuscirci appieno. L’avvento della fotografia rese inutile la ricerca realista dei pittori: il mezzo fotografico rendeva inutile ogni loro sforzo (da qui la nascita di correnti astrattiste e concettuali, ma tralascerò approfondimenti su questo aspetto, rischierei solo di allungare un brodo che non porterebbe al succo del discorso).

Nei giorni d’oggi la fotografia è ormai a portata di tutti, non è più necessario avere una macchina fotografica professionale o di far sviluppare negativi fotografici; possediamo tutto in tasca, con smartphone che sono in grado di catturare immagini e di pubblicarle, rendendole eterne nella vastità del web.

È diventato un mezzo talmente quotidiano che sembrerebbe strano non trovarlo anche nei videogiochi.

Foto di CHRISinSESSIONS

Oltre alla funzione di capture fotografico (elemento presente in quasi tutti i videogiochi moderni, tra le ultime uscite videoludiche è da annoverare in Hellblade: Senua’s Sacrifice), può diventare elemento tangibile nel gameplay di un gioco: come nell’ultimo capitolo stand alone Uncharted: L’Eredità Perduta, dove Chloe si fermerà più volte a immortalare il paesaggio mozzafiato, dandoci il tempo e il modo di ammiralo anche noi insieme a lei.

Realismo videoludico che sposa la fotografia, tanto da illuderci che ciò che stiamo fotografando in game possa essere in qualche modo più tangibile: possedere la foto di quello scorcio di finzione, lo rende in qualche modo più reale.

Questo è un meccanismo studiato a fondo nel campo della psicologia e utilizzato dalla pubblicità: se noi possediamo un’immagine di qualcosa, essa per noi diventa verità.

Possiamo, inoltre, trovare fotografie surrealiste, come nel videogioco The Legend of Zelda Breath of the Wild, dove la modalità fotografia ci permette di sbizzarrirci in composizioni dal gusto più grafico e materico, sognante ed affascinante.

In alcuni titoli, addirittura, lo sguardo del protagonista diventa una fotocamera; con effetti di riverbero e appannaggio da luce diretta, elementi che possiamo trovare, ad esempio, in un Battlefield 3, oppure nella serie di Mass Effect.

Riverbero in Battlefield 3
Effetto di luce in Mass Effect 2

 

L’unico limite della fotografia unita al videogioco è l’arte stessa. Spesso si sentono discussioni che vedono il videogioco estraniato dal concetto di arte, anche se può regalare un comparto sia grafico che sonoro degni di tale riconoscimento.

Ma quando un prodotto può essere considerato unanimemente arte?

La stessa fotografia (o cinematografia) ha dovuto combattere per essere inserita in ciò che viene considerato prodotto artistico; magari, un giorno, verrà dato anche al videogioco il risalto che merita.

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Nata a Torino nel 1994, si appassiona sin da bambina ai videogiochi. Non possedendo nessuna console, la Sofia di cinque anni si destreggiava tra i cabinati in sale giochi nel suo paese e il computer della sua vicina di casa e eterna amica, con cui ha condiviso tutti i titoli più memorabili della sua infanzia. I videogiochi rimangono la sua passione e spera che, un giorno, possano essere anche il suo lavoro.

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